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l'Amore chiamato Israele

  • Ariel Lilli Cohen
  • 15 ago 2024
  • Tempo di lettura: 3 min



In una notte d’agosto, in Israele, si compie un atto di amore e solidarietà che commuove un intero popolo. Jordan Covin Cooper, un giovane della Pennsylvania, arriva in Israele come lone soldier (un soldato senza famiglia nel paese. ndr) spinto dal profondo desiderio di difendere una terra che sente anche sua. Il destino, che fino a quel momento sembrava averlo guidato con coraggio e determinazione, si rivela improvvisamente spietato. In un attimo, gli strappa via tutto ciò per cui aveva lottato, interrompendo bruscamente il cammino di un giovane che ha scelto di servire una terra lontana come se fosse la propria, a causa di una tragica reazione allergica.

I suoi genitori sono spezzati dal dolore e vivono un incubo che nessun padre o madre dovrebbe mai affrontare: il timore che il loro figlio possa essere lasciato solo anche nell'ultimo, eterno saluto. Lanciano così un appello al popolo israeliano, chiedendo a chiunque possa, di non far mancare a Jordan una presenza accanto a lui nel momento del commiato.

È il 13 agosto, una notte come tante altre, in una nazione ferita ma mai spezzata. E mentre il mondo continua a girare, mentre la vita si dispiega in tutta la sua crudezza e bellezza, accade qualcosa di straordinario. Un tam tam silenzioso inizia a diffondersi tra le persone comuni, tra i giovani, tra coloro che ogni giorno affrontano la realtà di un conflitto che non conosce tregua. È una chiamata all'umanità, alla fratellanza, all'amore incondizionato.

Alle 22, sotto un cielo che porta i segni del dolore, migliaia di israeliani si presentano al funerale di Jordan. Ragazze e ragazzi, uomini e donne, giovani e anziani, si raccolgono in un gesto che oltrepassa il significato di semplice solidarietà. È amore puro, quello che travalica le differenze, che ignora il tempo e lo spazio, e che si concentra unicamente sul valore della vita e della memoria.

Jordan non è solo. In questa notte di dolore e di poesia, l’anonimo cimitero si riempie di una presenza vibrante e commossa. Un popolo sceglie di essere lì, di testimoniare la propria resilienza, la propria capacità di unirsi e sostenersi anche nei momenti più bui.

Gli occhi sono arrossati dal pianto e le mani che si stringono, gli sguardi che si incrociano in un silenzio carico di significato, raccontano una verità potente: non c’è baratro che non possa essere colmato dall’amore, non c’è distanza che non possa essere annullata dalla solidarietà. E così, la storia di Jordan si trasforma in una lezione per tutti: anche quando tutto sembra perduto, anche quando il dolore è insopportabile, c’è sempre un filo invisibile che ci lega l’uno all’altro, un filo che ci tiene uniti e che ci permette di andare avanti.

Questo è Israele, la sua essenza più pura. Ed è questo quello che gli antisemiti in occidente non riusciranno mai a comprendere appieno del popolo di Israele. Siamo tutti fratelli e sorelle sotto lo stesso cielo, ed è proprio quel filo invisibile della fratellanza e sorellanza che rende unico questo popolo.

Alla fine della cerimonia, non sono pochi a contare le presenze. Sono migliaia. Migliaia di cuori che battono all'unisono per un giovane che, pur essendo lontano dalla sua terra d'origine, è accolto come un figlio, un fratello, un amico.

Questo è Israele. Una nazione che conosce la sofferenza ma non si lascia mai sopraffare, che sa trasformare il dolore in un atto d'amore collettivo, che non permette a nessuno di essere lasciato solo, nemmeno nel momento dell'addio.

Questo è il vero significato di resilienza, la capacità di un popolo di contare sempre e solo sulle proprie forze, ma anche di sapere quando è il momento di unirsi e sostenersi, perché è in quell'unione che si trova la vera forza.


E Jordan Covin Cooper, con il suo sacrificio e con l’amore che ha ricevuto, ne è la più poetica e dolorosa testimonianza.

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